Excerpt for Non si tira la coda ai gatti by , available in its entirety at Smashwords

Makoto Muramatsu (1947)

è un illustratore giapponese famoso per i suoi gatti.









Guido Sperandio

NON SI TIRA LA CODA AI GATTI

my indie books



Smashwords Edition

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ISBN: 9781370272334



INDICE

Gatta sorda? O uccellini muti?

Gatti cintura nera e topo bullo

Occhio al gattone di turno

Pangor Pan, il gatto bianco, e il poeta

La mia miciona Tirilli

Ciao, sono Guido

GATTA SORDA? O UCCELLINI MUTI?

Un gatto che si rispetti ama gli uccellini.
Il suo è un amore particolare, lo stesso che noi nutriamo per i buoni cioccolatini ripieni, i bocconcini prelibati e certi dolcetti golosi e succulenti.

La mia gatta Chicca, sotto questo aspetto, sentiva per gli uccellini un affetto smisurato.

All’alba, al primo trillo, drizzava un orecchio e poi l’altro. D’un balzo era alla finestra. E presa visione della situazione, saltava in giardino, incurante del rischio di atterrare rovinosamente. La finestra infatti si trovava al primo piano.

Passava ore acquattata tra i cespugli, in agguati, la cui puntuale conclusione era il volo beffardo di un uccellino che piantava Chicca baffi all’aria.

Un giorno, un merlo, zufolando e trillando, arrivò alle sue spalle a zampettarle quasi sulla coda. Chicca, occhi socchiusi, acciambellata, lo ignorò: non fece il minimo cenno di registrarne la presenza.
Mi resi conto che con gli anni era diventata sorda.

Da allora, gli uccellini le si posano attorno, allegri e cinguettanti, come se lei fosse San Francesco. Mentre lei se ne sta lì, ignara. Finché gli occhi le si chiudono e s’addormenta. A sognare, certamente, i bei trilli di una volta, quando gli uccellini erano uccellini.

Non muti… come quelli d’oggi.

GATTI CINTURA NERA E TOPO BULLO

Un grosso topo si mangiava il prezioso e sudato grano di un contadino.
Il topo si faceva colossali abbuffate ma il contadino non voleva usare i terribili veleni in commercio. Così non sapendo come e cosa fare, andò da un vecchio e saggio monaco.
“Hai ragione a non usare i terribili veleni” il monaco approvò. “Ho io il giusto rimedio”.
E il monaco diede al contadino un magnifico gatto.
Stupendo esemplare.
Rosso-fuoco.
Tutto muscoli.
Agile e scattante.
Da far pensare che un sorcio sarebbe morto di paura solo a vederlo.

Il gatto rosso-fuoco fu messo alla prova e subito con un balzo fu sul topo. Ma il topo, più lesto, lo schivò. Non solo, si ritorse contro il gatto mordendogli i baffi.
Tanto glieli morse che il gatto, dolorante, mollò il topo, che ebbe tutto il tempo di filarsela, e farsi beffe sia del micio che del contadino.
Il contadino tornò dal monaco, gli riportò il gatto rosso-fuoco coperto di cerotti. E il monaco dopo avere riflettuto diede al contadino un altro gatto.
“Questo è molto più forte e allenato” disse il monaco. “Basti dire che è cintura nera… cintura nera nella magica antica arte del karate”.
In effetti, era un gatto che con una zampata spezzava un tronco in due.

Beh, il gatto, cintura nera nella magica antica arte del karate, come vide il topo lanciò il suo tipico terribile urlo e gli si avventò addosso con la furia spaventosa di un ciclone. Il topo, sorpreso, era restato di sasso. Fermo. Apparentemente annichilito. Salvo che… All’ultimo momento, quando c’era da aspettarsi di vedere pezzi di topo volare, il topo s’era spostato. Aveva schivato il gatto che, lanciato, era finito impastato contro un muro.
Il contadino, disperato, tornò dal monaco. Gli riportò il gatto, incerottato e in più coperto di bende peggio di una mummia.
“Quel topo è davvero un demonio!” commentò il monaco. “Ma visto quanto è tosto, stai tranquillo… Adesso ti do io quel che ci vuole”.
Il monaco, stavolta, diede al contadino un gatto malmesso, dall’aria che stringeva il cuore. Spelacchiato. I peli bigi. Era anche vecchio. Si muoveva malfermo sulle zampe. Ciondolava. Sembrava sempre sul punto di cadere addormentato.
Il contadino, vedendolo, scosse la testa. Pensò: questo monaco è impazzito o si sta divertendo alle mie spalle.
Non osando comunque dire niente, tacque. E se ne andò col gatto malconcio.
Tornato a casa, il contadino lasciò il gatto malconcio nel granaio. Certo che non avrebbe combinato niente.
Il gatto, difatti, si lasciò subito cadere accovacciato. Si acciambellò, comodo e per benino. E iniziò a russare. Tanto sonoramente, da far vibrare perfino le travi che reggevano il soffitto.
Il topo, visto il gatto, scoppiò a ridere da farsi scoppiare ancora un po’ la pancia.
“Oh, ora mi diverto” pensò. Compiaciuto. E così pensando, intanto si avvicinava al micio.
“Oltre che spelacchiato dev’essere anche sordo” si disse il sorcio sempre sogghignando.
Aveva abbandonato ogni precauzione, indeciso se partire dalla coda del gatto e morderla o se tirargli invece i baffi.
E intanto sempre più si avvicinava…
Il vecchio micio non ebbe bisogno di fare tanta fatica. A differenza dei suoi due predecessori, appena il sorcio gli fu a tiro, gli bastò allungare una zampa.
Assestò al sorcio un ceffone tanto potente… Che il topo bullo ancora adesso sta girando su stesso.



OCCHIO AL GATTONE DI TURNO
Stai sempre attento a chi mira a essere potente: per quanto buono e mite ti possa sembrare, non fidarti. Aspetta solo di dominare e fare di te ciò che lui vuole.
A questo proposito voglio ricordarti quel gattone che, benché avesse zampe grosse e lunghe, non fu mai visto usarle.
Sorrideva a tutti, perfino ai sorci.
Anzi, lui i sorci li chiamava “i miei piccoli amici con i baffi”.
“Venite, baffettini miei cari. Vi faccio paura?” li invitava con voce calda e suadente. E, in effetti, nessuno ricordava che il gattone avesse fatto mai del male. Circolava poi anche la voce addirittura che, una volta, avesse salvato un uccellino in procinto di annegare.

Il gattone viveva come un eroe: osannato, acclamato, riverito, applaudito da tutti i sorci, le lucertole e gli uccellini.
Si arrivò a un punto tale di fiducia e affetto che un giorno tutti i piccoli animali decisero di eleggere il caro e saggio gattone a loro capo in assoluto.
Il gattone fu così incoronato e ripreso dalle telecamere con due cardellini in testa, mentre accarezzava uno stuolo di sorcetti attorno a lui danzanti, in mezzo a tante lucertoline.
Se non che, appena si rese conto di essere lui, proprio lui, il capo unico e assoluto, il gattone... sì, il gattone fu ancora buono e caro per un paio di giorni, ma a partire dal terzo fece in un istante quello non aveva fatto in una intera vita.
Sorcetti, lucertole, libellule e uccellini, nessuno si salvò.

PANGOR PAN, IL GATTO BIANCO, E IL POETA




Gatti ed esseri umani condividono la loro vita da sempre. Un esempio di questa amicizia è il poemetto di un monaco irlandese che risale a più di mille anni fa e ci racconta di quanto sia profondo il legame tra lui e il suo micione.
Il titolo del poemetto è Pangor Pan, che è il nome del micione e che nella lingua del monaco vuol dire più bianco del bianco.

Io e Pangor Pan, il mio gatto,
siamo impegnati in compiti simili:
dar la caccia ai topi è il suo diletto,
quanto a me, tutta la notte, me ne sto seduto
a caccia di parole.

È una bella cosa vedere
come ci mettiamo lieti al lavoro,
quando seduti al calduccio della nostra stanza
troviamo svago per la nostra mente.

Contro il muro lui dirige il suo sguardo
aperto e feroce e vigile e scaltro,
contro il muro del sapere
io provo tutta la mia poca saggezza.
Così in pace svolgiamo il nostro compito,
Pangor Pan, il mio gatto, e io.

Nelle nostre arti troviamo la felicità,
io la mia e lui la sua.



LA MIA MICIONA TIRILLI,
A CUI DEDICO QUESTO RICORDO CON AFFETTO


La gattina, raccattata per la strada, arrivò in una scatola di cartone.
Non viaggiava da sola: le teneva compagnia un’allegra brigata di pulci spensierate.
Si trattava del gatto più piccolo mai visto, ma aveva una grinta e un coraggio degni di un samurai.
Il suo coraggio fu onorato e contraccambiato con il rispetto che qualsiasi essere vivente – uomo o animale – merita, comunque, in ogni caso.
Le fu assegnato, per incominciare, un nome: Tirilli.
E subito diventò il componente della famiglia più privilegiato: a cui tutto era dovuto senza comportarle alcun dovere in cambio.
Noi tutti, di giorno, lavoravamo, mentre lei dormiva. Così poi, la notte, noi avremmo voluto dormire ma lei, riposata e sveglia, giocava con i nostri piedi e ci mordicchiava gli alluci. (Vaglielo a spiegare che non eran topolini!)
L’estate ci seguiva puntualmente in vacanza. Attraversava impavida mari e monti dentro la sua gabbia.
In seguito, la consuetudine trasformò il laborioso nome di Tirilli in quello più spedito di Rilli. Il quale a sua volta, viste le dimensioni nel frattempo assunte dalla gatta, volse in Rillona.
Rillona passava buona parte del suo tempo accucciata sui fogli bianchi del mio tavolo a farmi compagnia ma anche dispetti.
Infine si abbandonò alla pigrizia di una serena vecchiaia.
Il nome Rillona si trasformò per altrettanta nostra pigrizia in Tona, più corto e meno impegnativo.
E quando chiamavo Tona, lei mi guardava con la dolcezza pacata e saggia di chi ormai sa tutto della vita.

FINE

Ciao, sono Guido

Sono  nato  a Milano, cresciuto a Milano,
scrivo  a Milano, e guai se di Milano non mi degusto
la mia dose di  sano  smog quotidiano.
A Milano l’aria è sostanziosa, nutriente,
non si respira  ma si mastica, è al dente.
Ho scritto per la pubblicità con grande assiduità,
per anni, troppi, il Cielo mi perdoni i frottoloni
che mi è toccato snocciolare e inventare
 per convincere la gente a comperare
 e io potermi guadagnare la michetta.
Ma così va la vita, prendere o lasciare. Che ci volete fare?
In compenso, ho scritto pure sui giornali,
non ricorda quanti, e anche romanzi, tanti,
e ho scritto per la Tivù, e fumetti e storie gialle
 con poliziotti intrepidi e perfetti.
Tra i quali un ispettore ch’era un cane.
Nel senso ch’era proprio un cane vero.
Coda, baffi, pelo scuro: un duro.

Per farla breve, scrivo, scrivo e scrivo.
Perché è così che vivo, vivo e vivo.





Vienimi a trovare: http://guidosperandio.wordpress.com.


...1936 Odiug!



Le immagini mi risultano di pubblico dominio. Così non fosse, sarà mia cura provvedere su istanza degli eventuali aventi diritto.






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